Etna, l’eruzione che sfiorò Randazzo



Randazzo è una delle cittadine etnee più affascinanti. Ancora oggi mostra ai turisti il proprio prezioso patrimonio storico-artistico che risale all’anno Mille, quando divenne colonia di popolazioni in fuga che qui portarono la propria cultura.

Tutt’ora la cittadina è divisa in quartieri – quartiere Greco, quartiere Latino, quartiere Longobardo – che ricordano con palazzi, archi, chiese e monumenti, quelle testimonianze. Eppure tutto questo ha rischiato di finire in meno di una settimana, quando nel 1981 una eruzione laterale dell’Etna spaccò la terra a pochi chilometri da Randazzo ed espulse fiumi di lava che diressero verso la città.

Il 17 marzo 1981

Dopo più di un mese di piccoli eventi sismici registrati in modo costante tra la zona sommitale dell’Etna e il fianco nord-occidentale, all’ora di pranzo del 17 marzo 1981 una frattura spaccò il terreno a 2.600 metri, vicino al Monte Spagnolo sul versante settentrionale. La lava cominciò a fuoriuscire quasi subito, molto fluida, e incontrando la neve che non si era ancora sciolta in quel periodo dell’anno, causò esplosioni violente che sconvolsero gli abitanti di Randazzo. Tra le ore 14 e le 18, altre fratture si aprirono sulla stessa linea e altri bracci di lava cominciarono a scendere a valle, puntando verso il paesino di Montelaguardia, non lontano dal centro di Randazzo.

Una veloce evacuazione

RANDAZZO 001Dopo appena 24 ore la colata di lava era già scesa per oltre 1000 metri, raggiungendo un’area in cui si aprirono nuove fratture che riversarono fiumi di lava ancora più veloci in direzione di Randazzo. Fu organizzato in tempi record un piano di evacuazione con camion e camper per aiutare la popolazione delle prime contrade randazzesi che rischiava di essere travolta dall’eruzione.

Tuttavia non fu necessario applicarla, perché la lava perse potenza una volta raggiunta l’area pianeggiante – purtroppo ricchissima di vigneti, che andarono distrutti! – tra Randazzo e Montelaguardia. Il fiume di fuoco raggiunse anche le sponde del fiume Alcantara. Se si fosse incanalato avrebbe causato una grave esplosione a contatto con l’acqua. Avrebbe potuto anche cancellare per sempre il bellissimo fiume che scorre dentro le famose gole.

Fortunatamente, esaurita la carica eruttiva a monte, la lava si fermò prima di invadere il letto dell’Alcantara. Erano stati emessi circa 30 milioni di metri cubi di materiale ma la città, salvo qualche casa di campagna nei dintorni, si era salvata.

Il pericolo di eruzioni laterali

L’Etna è un vulcano perennemente attivo, ciò significa che pur avendo in cima ben cinque crateri funzionanti non sempre riesce a smaltire con essi l’enorme quantità di lava che risale al suo interno. Il vulcano tra l’altro sorge su strati di materiali diversi, alcuni più duri nati dalle sue stesse eruzioni e altri argillosi. Dunque è facile che il suo immenso corpo si fratturi. Dove il magma ha più spinta, scavi condotti anomali che possono sfociare a bassa quota.

Per questo l’INGV di Catania monitora anche con telecamere termiche il percorso della lava sottoterra e i segnali del tremore vulcanico sono registrati costantemente. Purtroppo non si può prevedere dove e quando un’eruzione laterale potrà avere inizio, ma si può tenere l’allerta alta percependo i primi segnali anomali.

In seguito, si potrà avvisare con largo anticipo la Protezione Civile per correre in soccorso di eventuali popolazioni in pericolo ed evitare il peggio. La gente del vulcano, comunque, sa di vivere a contatto con una montagna “speciale”. Tutti sono pronti, mentalmente, a convivere col rischio di una terra che altrimenti è bellissima!

Autore: Grazia Musumeci